la TV li chiama nativi digitali ma sono solo ragazzi
Questa mia riflessione nasce da un servizio trasmesso ieri , 11 aprile, durante la trasmissione “Le Iene” su Italia 1 in cui parlano dei Nativi digitali, i bambini nati col computer.
Il servizio è questo:
(Mediaset non permette l’embedded dei propri video)
Ammetto che non guardo spesso le Iene, anzi direi mai, e questo servizio l’ho guardato con interesse esclusivamente perché un paio di ragazzini presentati nel video sono figli di personaggi della rete che conosco. (Blanca è la figlia di Marco Zamperini e Leonardo è il figlio di Marco Camisani Calzolari).
Devo dire però che è stato interessante guardarlo perché mi ha fatto fare alcune considerazioni che vorrei condividere con voi.
Questi bambini o ragazzini o come preferite chiamarli, avendo dai 6 ai 13 anni, sono considerati, a ragione, nativi digitali in quanto sono cresciuti con la presenza della tecnologia digitale al loro fianco.
Solo che non sono nativi digitali in quanto ragazzi di 6-13 anni, ma sono nativi digitali perché, nella loro crescita sono stati messi in contatto con la tecnologia.
E, direi io, sono stati messi in contatto con la tecnologia nel modo corretto, guidati ed affiancati da genitori competenti che sono stati in grado di far loro capire con cosa avevano a che fare e cosa dovevano fare per approcciarvisi.
Un esempio? su Google+ Dema mi ricorda che Blanca era in giro per il TorinoBarCamp con suo padre a fare fotografie con la sua fotocamera digitale, nel 2008, a 6 anni.
Questo però non è da tutti. Non tutti i giovani dai 6 ai 13 anni sono cresciuti cosi.
Qualcuno non ha avuto molto a che fare con la tecnologia, nonostante l’età, se non magari per il telefonino dei genitori o la televisione.
Altri invece l’hanno usata ma si sono trovati a farlo da soli e senza nessuna guida in grado di far loro capire cosa era importante e cosa no e considerare questi dei nativi digitali è un grosso errore perché non è cosi e si rischierebbe di dare per scontato cose che invece non lo sono.
Certe parole dette da Blanca o da Matilde non possono essere date per acquisite da tutti i ragazzi. “La tecnologia è un mezzo…”, “certe cose non le scrivo”.
Ad ascoltarli sembra sentire parlare degli adulti, (e ce ne fossero di adulti che parlano cosi) ed in realtà è vero perché sono le parole che hanno imparato dagli adulti che li hanno fatti crescere in questo modo.
Come il fatto che tutti abbiano citato Facebook, nonostante teoricamente nessuno dovrebbe potervi accedere, dato che le policy di Facebook prevedono una età minima di 13 anni per potervi creare un account, fa capire che non basta una proibizione formale per tenere lontani i bambini dalle cose. E allora gliele lasciamo affrontare da soli?
Smettiamo di considerare i giovani dei nativi digitali, consideriamoli solo e sempre dei ragazzi che hanno bisogno di imparare.
Sta ai genitori e alla scuola rendere digitali questi nativi e non lasciarli soli tra le tecnologie.


sono MOLTO ma MOLTO d’accordo con te!
Anche io sono d’accordo, e mi trovo infatti nel momento in cui voglio insegnare l’utilizzo corretto delle tecnologie ai miei figli e non so esattamente quale sia il giusto metodo e la giusta quantità di tecnonolgie da mettergli a disposizione.
Non ho figli e quindi non sono certo la persona più adatta per darti indicazioni in merito, magari lo faranno altri, però mi sento di dirti che la cosa importante è essergli a fianco durante le loro esperienze. Difficilmente saranno disposti a guardare quello che vuoi tu o a non avvicinarsi a quanto tu gli vuoi tenere lontano. Però l’informazione giusta, data al momento giusto, non la dimenticheranno mai.
io sono un hacker e ho poco più la loro età
ho visto il video e non vedo niente di straordinario
il servizio delle iene era preparato e alcune parole (multitasking e market place) sono state dette tanto per mettere dentro dei i paroloni e farli apparire dei geni
1 multitasking vuol dire utilizzare più software contemporaneamente (anche disegnare su paint e scrivere su word cosa che facevo anche io (come molti) da quando avevo 5 anni o meno!)
2 market place? dire semplicemente negozio di software??? no???
-una cosa la sai usare veramente solo quando la sai spiegare a tua nonna (einstein)
Va tutto bene ma una cosa che non si può nascondere è che un tempo maggiore dedicato al digitale in generale corriponde un minor tempo dedicato al moto. E questo non fa bene.
Ho visto il servizio e sono rimasto a bocca aperta
Io no ha visto il servizio perché non mi funziona l’antenna della TV. Ma sto 16 ore al giorno davanti al computer. Da quello che ho letto confermo pienamente che sta ai genitori e alle scuole educare questi ragazzi e prepararli per la vita. Se lasciati da soli difronte al pc l’unica cosa che faranno e giocare online, cose che i tutti bambini fanno normalmente.
Vero… Sta ai genitori educare e controllare questi ragazzi al fine di non lasciarli tutto il giorno davanti al PC.
SONO SOLO RAGAZZI
Poco più che bambini, adolescenti di poco imbarazzo, giovani con le gambe larghe e le mani in tasca, quando camminano sul marciapiede non consentono a chi arriva in senso contrario di passare, ci scappa la spallatina, la parola di troppo, lo sguardo piccato di chi non è abituato a rispettare le precedenze, manca l’educazione di accettare l’attesa della pazienza. Certo non serve a niente sparare nel mucchio, tanto meno fare confusione con le età, con i colori delle passioni che non collimano con le emozioni, e scavano trincee nei comportamenti quotidiani. Come quel giovanissimo che ho conosciuto attraverso il network, un viso rotondo, gioioso, eppure in ogni parola una clessidra di spigolature, di asprezze, di gomiti in linea di tiro, immagini da scommessa di luna park.
Un adolescente con le movenze da adulto, la postura da combattente di una guerra che non è mai stata sua nè mai lo sarà, con gli occhi di un cerbiatto spaventato.
Un incontro in rete per caso, poche righe buttate lì, svicolando dai segnali di allarme, dalle indicazioni di pericolo, dalle luci rosse di emergenza non più lampeggianti, oramai paralizzate sulla fermata da rispettare.
Poche righe per fare rumore, per mascherare l’inquietudine, e nascondere la paura e l’inadeguatezza, attraverso i tanti beveroni bevuti in fretta, nelle pasticche calate giù tanto per fare qualcosa.
Sono solo ragazzi, alla ricerca di risposte affrettate che bruciano i tempi corti, mentre per le domande ci sarà tempo domani, e poco importa se saremo vivi, storti o morti per prenderne visione.
Facebook e le troppo storie inespresse, piccole parti recitate in qualche bestemmia, nelle imprecazioni isteriche, nei sassi lanciati a casaccio, come a voler raccogliere un rimprovero, un richiamo al proprio dovere negato, un’attenzione che manca all’appello con incredibile indifferenza.
Scorrendo l’home page, quel viso impertinente e provocatore, sprovvisto di fede e di passione, mantiene inalterato l’urto e il fastidio, e seppure banale in ogni sua fuga in avanti, in ogni frase smozzicata, persino nel pugno raccontato a piccole dosi, c’è un rimando, malcelato, ma c’è ed esiste, a significare come ha ben detto un grande educatore: a volte fanno del male, ma sognano di fare il bene.
Si tratta di un rimando denudato di aggettivi, di superlativi, dei suoni artefatti per sostenere lo sguardo alla richiesta posta tra una riga e l’altra, lasciata lì, per caso: la necessità di un aiuto, di una conoscenza del valore di giustizia, di un perdono che rappresenti una nuova opportunità di slegare i lacci ai polsi, le bende agli occhi, i nodi al cuore che non sa più stare in disparte, sottocoperta, ai margini di una età che esige avventura, scoperta, incontro, partecipazione.
Ho incontrato quel ragazzo, l’ho avuto di fronte per un pezzo di strada insieme, un giovane spostato su una trasgressione-ribellione da pochi centimetri in avanti, qualche centinaia di metri indietro, inconsapevole che chi ha da dire cose nuove, ci tiene a farsi capire, invece di rimanere impigliato nelle strade chiuse alle informazioni, barricate alle idee che aiutano a crescere per diventare finalmente più maturi.
Facebook e i suoi territori dove gli amori non sono reciproci, mentre dovrebbero esserlo se fossero veri, pagine impalpabili per slogan da saldi anticipati, emulazioni di falsi eroi, falsi miti eretti a simulacri di periferie esistenziali.
Più conosco questo ragazzo più mi convinco che sbagliare è umano, ma fondamentale è usare le difficoltà come stimoli per migliorare le proprie capacità, perchè davvero da qualsiasi situazione è possibile apprendere il valore della vita, e non permettere mai alla nostra mente, al nostro cuore di finire in un angolo perso dove non si vede più niente.